• Acqua Santa

    L’acqua contesa tra Israele e Palestina

In base agli Accordi di pace ad interim di Oslo II, del 1995, la distribuzione di acqua tra israeliani e palestinesi sarebbe dovuta essere divisa rispettivamente all’80% e 20%, in attesa di uno statuto definitivo che avrebbe dovuto dare vita allo stato Palestinese e ai confini di quello israeliano. Oggi queste quote sono ulteriormente ridotte, con i palestinesi che hanno accesso solo al 14% delle risorse dei bacini. La gestione coordinata tra le due entità politiche è più complicata che mai. «Noi abbiamo difficolta di ogni tipo nell’amministrazione quotidiana», spiega Imad Masri, direttore del Water supply and sanitation department del municipio di Nablus, seconda città della West Bank. «Dall’impossibilità a costruire nuovi pozzi a causa del congelamento della Commissione Congiunta sull’Acqua israelo-palestinese (un’entità creata con gli accordi di Olso per coordinare la gestione idrica, nda), alla burocrazia per i progetti infrastrutturali, fino ai blocchi alla dogana israeliani di componenti per gli impianti. Una pompa ordinata dall’Italia ci ha messo oltre un anno e mezzo per arrivare, lasciando il pozzo fermo».

Nel campo beduino nei pressi di Ein al-Hilweh, nella valle del Giordano, Area C Mahmoud ha circa cinquecento pecore. Per il suo clan e i suoi capi necessita di 10 metri cubi d’acqua al giorno. Ma i suoi pozzi sono esauriti e non può spostarsi, per ragioni di sicurezza imposte dai militari, dice, nonostante sia un pastore nomade.

«Abbiamo chiesto più volte di poter accedere alla rete, ma senza possibilità. Abbiamo un pozzo ma non possiamo usarlo. Via da qua non possiamo andare. E così siamo costretti a portare acqua dentro delle botti con i trattori. Questo però ci rovina. Oltre il 50% del nostro guadagno dall’allevamento va in costi per l’acqua» spiega Mahmoud. «Inoltre abbiamo paura che i nostri mezzi ci vengano confiscati dall’esercito israeliano, come è già successo».

Sono oltre 30mila gli abitanti in area C che vivono in condizioni simili, molti con un consumo inferiore ai 20 litri al giorno, mostrano i dati di UN-OCHA. Il prezzo da pagare è salato: 400% rispetto alla normale bolletta idrica. Oltre i soldi per pompe addizionali, visto che la pressione molto spesso è insufficiente, persino a terra. Sovente debbono fermare l’approvvigionamento a causa delle esercitazioni militari, che vengono annunciate repentinamente.

Vari intervistati, sia israeliani che palestinesi, che preferiscono non rivelare il nome per la posizione che occupano e per la sensibilità politica della questione, hanno rivelato che in realtà non siano esclusivamente gli israeliani a limitare il fabbisogno idrico (97 progetti in West Bank sostenuti da stati donatori negli ultimi 6 anni attendono l’approvazione di Israele), ma sia l’Autorità Palestinese a non intervenire per migliorare la situazione, impiegando la situazione idrica come leva politica contro l’espansione delle colonie, in costante crescita, e per mantenere il consenso sulla popolazione. Secondo Uri Schor, portavoce della Water Authority israeliana, è stata la stessa Autorità Palestinese a non partecipare alla Commissione congiunta per l’acqua, il luogo elettivo per negoziare strategie comuni tra i due popoli, bloccando progetti importanti.

La questione dell’acqua è racchiusa nell’articolo 40 degli accordi di pace di Oslo. Un testo transitorio che avrebbe dovuto durare qualche anno al più tardi. «Oggi questo è l’unico quadro politico che abbiamo a disposizione», spiega Natasha Carmi, dell’Unità di supporto ai negoziati della Palestine Liberation Organization. «L’acqua è uno dei cinque punti cardine contenuti nell’accordo. L’obiettivo è un utilizzo equo per entrambi i popoli. Con un consumo pro-capite bilanciato. Eppure ogni palestinese ha una media di 70 litri al giorno, contro i 280 in media di un israeliano e i 350 litri di abitante delle colonie. 100 litri sono la soglia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per una vita salubre. Senza l’accesso all’acqua non può esserci un accordo».

«Siamo stufi che usino l’acqua come una pedina politica», spiega Mohammad, uno studente dell’università di Bir Zeit. «Gli israeliani con l’occupazione, l’Autorità Palestinese di Abbas come una delle sue poche leve per preservare lo status quo, mentre rimangono incapaci di negoziare la pace». Il malcontento cresce e non è da escludere una nuova crisi idrica durante l’estate 2017. Anche qualora s’allentasse la pressione politica israeliana le infrastrutture rimangono decisamente carenti: i pozzi sono profondi in media oltre 300 metri, difficili da raggiungere, e le riserve sempre più scarse; le tubature molto spesso risalgono ai tempi della Transgiordania mentre gli impianti di depurazione sono insufficienti e mal gestiti. «La qualità dell’infrastruttura palestinese è preoccupante», spiega Majida Alawneh della PWA. «Noi facciamo il possibile per soddisfare la domanda». Ma gli interventi da effettuare sono centinaia e centinaia.

Secondo Uri Schor, lo stallo voluto dai palestinesi nella Commissione Congiunta per l’acqua ha ritardato per anni lo sviluppo di nuove infrastrutture, fatto alla base dell’impossibilità di soddisfare la domanda della regione. Sebbene i palestinesi per voce degli amministratori locali e della Palestinian Water Autority intervistati da La Stampa ribadiscono che l’unica ragione della carenza d’acqua è l’occupazione militare, i dati del Palestinian Central Bureau of Statistics mostrano che nelle tubature palestinesi ogni anno vengono persi 26 milioni di milioni di metri cubici d’acqua, oltre il 40% di quello consumato, una cifra che raggiunge più della metà a Gaza, dove la situazione ha raggiunto livelli da vera e propria crisi, in particolare legata all’igiene.

Il capo del Coordinamento delle attività governative israeliane nei Territori, Yoav Mordechai, spiega, in un’intervista a Haartez che «stando alle stime palestinesi, il 96% dell’acqua prelevata dalla falda acquifera non è realmente potabile, ragione per cui i palestinesi fanno affidamento sull’acqua fornita da Israele. Il trattamento delle acque reflue nell’Autorità Palestinese è gravemente carente e, secondo le stime ufficiali, nei prossimi anni ci sarà un’enorme carenza per decine di milioni di litri cubi d’acqua». Numerosi intervistati, che preferiscono l’anonimato, suggeriscono che l’élite economica di Ramallah trae abbondanti profitti dalla crisi idrica, vendendo a caro prezzo acqua purificata, spesso proveniente dall’utility israeliana.

Qualche segnale positivo va sottolineato. A Nablus grazie alla cooperazione tedesca è stato inaugurato il primo impianto di depurazione di larga scala. «Credo che gli israeliani capiscano che questo tipo di progetti è di beneficio sia per noi che per loro», commenta con un sorriso Imad Masri. Anche il dialogo tra i deu nemici sembra essere ripartito. Dopo sei anni di stallo, il 15 gennaio il coordinatore delle attività governative nei territori (COGAT), il maggiore Gen. Yoav Mordechai, e il ministro degli affari interni palestinese, Hussein al-Sheikh, hanno firmato un accordo per rinnovare le attività della Commissione Congiunta sull’Acqua per discutere nuove infrastrutture e nuovi impianti per l’acqua potabile e la gestione delle fogne. «Un accordo che speriamo sia d’esempio in molti altri settori», commenta Seth Siegel, autore del libro Let there Be Water e studioso delle politiche idriche israeliane. «Israele è un leader nelle tecnologie per l’acqua e può fare molto per i palestinesi. L’errore dell’Autorità Palestinese è stato di non coordinarsi con gli israeliani, colpendo i palestinesi. Ora serve pragmatismo»

Per il momento la vita di Abed al Mahdi e di tanti beduini, agricoltori e famiglie palestinesi rimane attaccata ad una fornitura inesistente d’acqua. «Questa è occupazione e violenza politica», dice, mentre suo nipote mette in moto il trattore. «Non è successo nulla dal 1948, cosa mai potrà succedere oggi?»

TESTO e VIDEO: Emanuele Bompan

FOTOGRAFIE: Gianluca Cecere

MAPPE: Riccardo Pravettoni

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Maririosa Iannelli, Università di Genova