Oro nero contro oro blu: la crisi idrica in Libia non è ancora finita

 

di Silvia Sarti  

 

La conformazione geografica della Libia non ha mai giocato un ruolo favorevole per il Paese, che è tra i più aridi del mondo e con una disponibilità di risorse idriche che rasenta il minimo indispensabile. Al contrario è una miniera di oro per quanto riguarda la disponibilità di petrolio. In questa spaccatura tra “oro blu” e “oro nero” si intreccia anche una storia politica molto complessa, dove il ruolo di Gheddafi è stato fondamentale nell’indirizzare la Libia verso l’autosostentamento idrico e il surplus energetico, portando le estrazioni di petrolio a livelli record e mai visti prima mentre la caduta del governo nel 2011 e l’inizio della guerra civile hanno raso al suolo ogni traguardo raggiunto. Oggi la Libia vive una condizione di siccità senza precedenti, la produzione e l’esportazione di petrolio è ben lontana dall’epoca dell’oro e la crisi alimentare è dietro l’angolo, anche a causa del conflitto Russia-Ucraina. Infine, il Paese è letteralmente spaccato in due dal punto di vista politico.


Acqua e petrolio

Negli ultimi anni, in Libia, i cambiamenti climatici hanno inasprito la preesistente situazione di grave insufficienza idrica che per conformazione geografica caratterizza un Paese tra i più aridi del mondo e con oltre il 90% di terre desertiche. La Libia, infatti, non ha fiumi, se non qualche corso d’acqua superficiale, e le precipitazioni sono praticamente assenti, limitate agli occasionali  temporali invernali. Il contributo totale delle acque superficiali all’approvvigionamento idrico del Paese è minore del 3% mentre hanno un peso totalizzante le fonti d’acqua sotterranee e le cosiddette “fonti d’acqua non convenzionali”, derivanti dal processo di dissalazione e dal trattamento delle acque reflue. Lo sfruttamento delle risorse negli anni è divenuto sempre più importante, soprattutto se si pensa al ruolo che queste hanno avuto a seguito del boom petrolifero degli anni Sessanta

L’estrazione e la lavorazione del petrolio comportano uno sforzo idrico considerevole: l’acqua viene utilizzata sia come fluido di perforazione che di produzione del petrolio, iniettata nei pozzi petroliferi per incentivare la fuoriuscita del greggio dal giacimento. In media, le prime fasi della lavorazione del petrolio possono richiedere da alcune centinaia fino a diverse decine di migliaia di litri di acqua per ogni barile estratto. Dunque, senza acqua non c’è nemmeno il petrolio. Allo stesso tempo, in Libia gli idrocarburi sono l’unica ricchezza del Paese – con 48 miliardi di barili di riserve accertate – e ciò potrebbe giustificare l’eccessivo dispendio idrico per la produzione energetica a discapito della quantità e qualità di acqua destinata a soddisfare il fabbisogno alimentare e igienico-sanitario del Paese.

Poca acqua, scarsa governance

Quello dell’acqua in Libia, però, non è solo un problema di scarsità. L’emergenza idrica non riguarda solo i fattori climatici e la conformazione geografica del territorio, ma è direttamente imputabile alla gestione politica e socio-economica di tali risorse. Innanzitutto, il Paese oggi è politicamente spaccato in due. Il primo febbraio di quest’anno Fathi Bashagha è stato eletto Primo Ministro del Paese, o almeno così è quanto avvenuto a Tobruk, nella zona orientale della Libia, mentre a Tripoli il leader Dbeibah, primo ministro del Governo di Unità Nazionale,  si è opposto in tutti i modi alla nascita del nuovo governo. Una divisione che, naturalmente, si è riflessa anche sullo scenario internazionale: il neo Governo di Sicurezza Nazionale presieduto da Bashaga è sostenuto da Qatar, Arabia Saudita, Russia ed Egitto mentre Emirati Arabi Uniti e Turchia si sono schierati a fianco di Dbeibah

In secondo luogo, un primo passo per una migliore gestione dell’acqua nel Paese è stato fatto solamente nel 2012, con l’istituzione del Ministero delle Risorse Idriche, oggi denominato General Water Resources Authority. Nonostante gli sforzi iniziali, la legiferazione dell’Autorità evidenzia notevoli lacune: ancora oggi, ad esempio, è del tutto assente una regolamentazione dell’uso delle risorse nel settore rurale. Una lacuna sbalorditiva se si pensa che oltre l’80% dell’acqua del Paese è utilizzata proprio a scopo irriguo. Inoltre, nei rapporti nazionali non vengono quasi mai menzionati gli effetti del cambiamento climatico sulla disponibilità di acqua. Eppure, secondo quanto affermato dall’USAID nel “Climate Risk Profile” della Libia, entro il 2050 si prevede un aumento della temperatura annua di 2°C, l’aumento della frequenza di siccità e desertificazione, tempeste di sabbia, inondazioni e una diminuzione delle precipitazioni medie annuali del 7%. Anche per questi motivi, il 70% della popolazione oggi vive lungo le coste per poter sfruttare a vantaggio dell’agricoltura le risorse naturali disponibili nei territori meno aridi, ma nel complesso solo 3,8 milioni di ettari (poco meno del  2% della superficie del Paese) è realmente coltivabile e solo il 5% riceve più di 100 millimetri di pioggia all’anno. Ciò non basta a soddisfare il fabbisogno alimentare del Paese poiché il 75% dei prodotti alimentari sono importati dall’estero. È di facile intuizione capire come, ad esempio, la situazione mondiale odierna abbia ulteriori ripercussioni negative sulla sicurezza alimentare libica. Il grano proveniente dall’Ucraina soddisfa il fabbisogno alimentare della Libia per oltre il 40%, ma la riduzione della produzione ed esportazione di materie prime ucraine e il conseguente aumento dei prezzi (in Libia il prezzo della farina di frumento è aumentato del 15% rispetto al periodo precedente il conflitto) mettono in allarme anche il World Food Programme

Se in Libia l’oro blu ha sempre scarseggiato, per l’oro nero è vero l’esatto opposto. Prima della caduta del regime di Gheddafi nel 2011, l’estrazione arrivava fino a 1,74 milioni di greggio al giorno. Facendo una media dei prezzi al Brent dei primi mesi del 2011, in un solo giorno la Libia produceva quindi petrolio per un valore di 187 milioni di dollari. All’inizio dell’ultimo decennio, le riserve libiche ammontavano a quasi il 40% di quelle di tutta l’Africa, collocando il Paese tra i primi dieci produttori, ed esportatori, di petrolio a livello mondiale. Nonostante tale primato, la guerra civile iniziata lo scorso decennio ha provocato un grave contraccolpo alla ricchezza del Paese. In soli due anni dallo scoppio del conflitto la produzione di barili giornalieri si è dimezzata, passando da una media di 900 mila barili a una di 450 mila nel 2014, rimbalzando successivamente a oltre 1 milione di barili al giorno prima del recente blocco all’esportazione, all’inizio di quest’anno. A giugno la produzione si è arrestata a una media di circa 100 mila barili al giorno, nonostante la domanda crescente causata dal conflitto Russia-Ucraina. Un numero molto lontano dagli obiettivi di 1,45 milioni di barili giornalieri  entro la fine del 2022 e di 1,6 entro la fine del 2023 dal Ministro Mohamed Aoun. Non solo l’acqua, dunque, ma anche le risorse energetiche e l’intera economia libiche risentono fortemente delle fluttuazioni politiche interne e, in questo senso, il 2011 può essere considerato come l’inizio della fine. La guerra civile ha provocato danni diretti inestimabili in termini di vite umane, ma danni altrettanto irreversibili si contano proprio a partire dalle conseguenze del conflitto sulle risorse naturali. Il più grande esempio in questi termini è stato sicuramente il bombardamento del più ambizioso progetto di approvvigionamento idrico del paese, il Great Man-Made River Project, avviato da Gheddafi negli anni ‘80.

Il gigante incompiuto

L’opera prevedeva la costruzione di un grande fiume artificiale in grado di assicurare il trasferimento, tramite un acquedotto, di oltre 6 milioni di metri cubi di acqua al giorno dalla falda a sud del Paese verso Tripoli e Bengasi

Come riassume la rivista specializzata Water Technology, la realizzazione sarebbe avvenuta in più fasi. La prima prevedeva la fornitura di 2 milioni di metri cubi lungo 1.200 km di condotte da As-Safir e Tazerbo al bacino idrico di Ajdabiya, più a nord, fino a Bengasi e Sirte; la seconda il pompaggio dalla falda acquifera sudoccidentale di Fezzan a Tripoli e nella pianura di Jeffara, nella costiera occidentale; la terza prevedeva invece l’ampliamento del sistema costruito nella prima fase del progetto, con la fornitura di altri 1,68 milioni di metri cubi al giorno, la costruzione di otto nuove stazioni di pompaggio e 700 km di nuova condotta. La quarta e la quinta, infine, avrebbero permesso il collegamento a Sirte dei condotti di approvvigionamento di acqua orientali e occidentali attraverso un’unica grande rete idrica. La capacità totale sarebbe stata di circa 6,5 ​​milioni di metri cubi di acqua al giorno e circa 4.000 km di gasdotti.

Il progetto si è arrestato alla terza fase nel 2007 e nel 2011 sono iniziati i primi attacchi militari dalle forze Nato, rivolti anche al condotto stesso. La perdita di tale bacino di approvvigionamento, il conflitto costante, la precaria struttura istituzionale alla base della gestione delle risorse, in aggiunta ai cambiamenti climatici, con l’innalzamento delle temperature e sempre più ricorrenti fenomeni di siccità, la contaminazione dell’acqua e la compromissione degli impianti di desalinazione nella zona costiera del Paese sono solo alcune delle cause alla base della più grave crisi idrica libica di tutti i tempi. In più occasioni, infatti, l’acqua è diventata una vera e propria arma protagonista di questo lungo conflitto. Le milizie hanno lasciato, strategicamente secondo la logica della guerra, intere cittàsenza acqua per giorni interi. Ma l’acqua non è un’arma di guerra solo per chi sta al comando. Infatti, in un contesto di scarsità, dove le risorse diventano preziose come l’oro, tutti corrono all’accaparramento. Ne sono esempio episodi come lo smantellamento dei pozzi del sistema dei gasdotti per la vendita del rame, di cui sono composte le teste dei pozzi, o la minaccia delle chiusura delle condutture idriche da parte delle bande armate

Tra guerra e siccità

Non solo, la diminuzione generale delle precipitazioni, con inondazioni occasionali dannevoli per il terreno, e l’imprevedibilità della disponibilità di risorse per l’irrigazione, hanno provocato il prosciugamento dei i bacini idrici disponibili – come la diga di Wadi Kaam che fino ad allora aveva una capacità di contenimento pari a 33 milioni di metri cubi di acqua – e nuovi fenomeni migratori interni. Ancora una volta gli agricoltori locali, che avevano trovato giovamento dal Great Man-Made River Project – ne è un chiaro esempio quello della città di Abu Shieba che grazie al progetto aveva raddoppiato gli ettari di terra coltivabile e dato occupazione a più di 300 agricoltori contro i 117 del periodo precedente l’impianto – sono stati costretti ad abbandonare le proprie terre per spostarsi in cerca di acqua. 

Anche se una valutazione d’impatto ambientale completa del Great Man-Made River Project non è del tutto possibile e i pro e i contro andrebbero bilanciati attentamente, nell’espressione di un qualsiasi giudizio va comunque tenuto conto che più che un progetto visionario in termini assoluti questo abbia rappresentato l’unica risposta trovata alla risoluzione di un problema di grave emergenza idrica. 

La ricercatrice Julie Trotter ha riassunto le motivazioni che stanno alla base di una crisi idrica in questi termini “Una crisi idrica non può mai essere definita semplicemente come una carenza d’acqua perché la natura non è mai a corto d’acqua. Anche il deserto più arido costituisce un ecosistema. L’acqua è scarsa solo quando gli attori sociali hanno deciso che è così per una serie di motivi”. Se si applica questa definizione al caso libico, in prima battuta ciò potrebbe non sembrare vero: la Libia, di fatto, è uno dei Paesi più aridi del mondo. Allo stesso tempo però, se si analizzano i processi decisionali politici in materia di acqua ed energia, lo scenario che si palesa è ben diverso: non solo la gestione delle risorse idriche post Gheddafi ha fallito nel portare a termine il progetto “visionario” del suo predecessore ma in Libia continua ancora oggi una battaglia interna tra “oro nero” e “oro blu”. E se è vero che senza acqua non si può ancora produrre petrolio – e senza petrolio la Libia non sarebbe più quel tesoro da “Mille e una notte” – è anche vero che prima di tutto senza acqua non c’è vita.