L’industria hi-tech di Taiwan ha sete di energia (e di acqua)

di Enrico Breveglieri

 

La Repubblica di Cina (o Taiwan) è il fulcro della geopolitica asiatica e la sua importanza è destinata ad aumentare nei prossimi anni. La Cina ha annunciato che è disposta a riannettere la “provincia ribelle” con ogni mezzo, mentre Washington ha trasformato Taiwan in una sorta di paletto alle ambizioni espansionistiche di Pechino nell’Indo-Pacifico, pur senza riconoscerla formalmente come Stato. Tuttavia, al giorno d’oggi l’importanza della piccola repubblica non è solo di natura puramente politica e strategica ma anche tecnologica. A Taiwan si trovano infatti i più grandi produttori al mondo di semiconduttori, cioè i microchip che servono a far funzionare i numerosi devices elettronici che riempiono la nostra quotidianità. La produzione di questi componenti necessita però di enormi quantità d’acqua.

 

L’industria dei semiconduttori della democratica Taiwan è una leva estremamente potente per la piccola Nazione asiatica – che manca di un largo riconoscimento tra Stati – per intrecciare relazioni economiche internazionali. Nel Paese si produce infatti oltre la metà dei microchip attualmente in circolazione. Per ridurre la loro dipendenza dalla repubblica insulare, alcuni Paesi sono interessati a installare fabbriche di microprocessori nei loro territori: dagli Stati Uniti, che vorrebbero ospitare una fabbrica della Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. (TMSC) in Arizona, alla Lituania. Anche la Commissione Europea ha proposto a febbraio 2022 il cosiddetto “EU Chips Act”, che dovrebbe eliminare le restrizioni più severe in Europa e attirare la produzione di aziende leader nel settore, tra cui figurano le taiwanesi Intel e TMSC. Una tale scelta sembrerebbe motivata dal comportamento della Cina, attore globale di primo piano, che è considerata troppo aggressiva dai Paesi occidentali e su cui pendono diversi dubbi espressi dai membri del Parlamento Europeo riguardo il rispetto dei diritti umani. Il 19 aprile scorso, però, il Presidente di TMSC ha esplicitamente dichiarato che ogni tentativo di un Paese come gli Stati Uniti di essere leader nel settore è destinato a fallire e che solo Taiwan può portare avanti la produzione e ricerca in materia.

La produzione di semiconduttori non è senza rischi per l’ambiente e soprattutto per l’acqua, bene essenziale per i processi produttivi. Rispetto ad altre regioni del mondo, Taiwan è favorita dalla sua posizione, essendo ubicata in una regione estremamente piovosa e umida, sovente interessata da forti monsoni che garantiscono un buon approvvigionamento di risorse idriche. Un aspetto fondamentale, se si considera che in media uno stabilimento di semiconduttori utilizza circa ventimila tonnellate d’acqua al giorno. E, anche se è possibile riciclare l’acqua dopo che questa è stata usata per la produzione, si tratta in ogni caso di un consumo enorme. La stessa TMSC ha dichiarato che il consumo di acqua per unità prodotta è stato ridotto dell’8.9% dal 2010 e che entro il 2030 punta a ridurre il consumo d’acqua per unità prodotta del 30%, sempre rispetto ai dati del 2010.

Tuttavia, dopo un 2020 relativamente asciutto, nell’estate 2021 Taiwan ha dovuto fare i conti con una forte siccità, la peggiore da ben 56 anni. Il bacino idrico Baoshan No. 2 nella contea di Hsinchu, la principale riserva per le attività industriali dei semiconduttori,  era al 7% della sua capacità e 17 dei 19 bacini idrici di Taiwan erano al di sotto del 50% di capacità di accumulo. Il Governo, guidato dalla Presidente Tsai Ing-wen, ha dovuto ordinare un razionamento idrico per due giorni a settimana

Complici i prezzi bassissimi dell’acqua, Taiwan vanta inoltre un consumo idrico pro-capite doppio rispetto a quello europeo e ciò sembra tradursi in una scarsa volontà da parte dei legislatori di limitare il consumo idrico aumentando il prezzo dell’acqua per timore di perdere consenso elettorale. Timori quanto mai assecondati dal partito al governo, il Partito Democratico Progressista, già in difficoltà nelle scorse elezioni locali nei confronti del Kuomintang.

DPP e Kuomintang sono i principali partiti di Taiwan e hanno visioni estremamente divergenti in riferimento allo status della repubblica: il Kuomintang, che in passato ha anche guidato una giunta militare autoritaria tra il 1949 e il 1979, sostiene la “One China Policy” e rifiuta sia l’annessione alla Repubblica Popolare che l’indipendenza, cercando invece di stabilire la Repubblica di Cina come unica Cina legittima. Viceversa, il DPP si è espresso in favore di una vera e propria indipendenza, prospettiva che ha scatenato le ire di Pechino in più occasioni. Pertanto, dato un contesto internazionale così fragile, è difficile pensare che una classe politica possa decidere di prendersi la responsabilità di un balzello impopolare e rischiare di mancare la rielezione.

Taiwan dovrà affrontare seriamente il problema del consumo idrico, ma anche i Paesi interessati dalla “sete” di microchip dovranno porsi delle domande importanti e prendere decisioni scomode in nome della difesa dell’ambiente. È fattibile, per Paesi europei che già soffrono la siccità o le cui riserve idriche sono a rischio inquinamento, pianificare enormi complessi industriali assetati di acqua? 

Tuttavia, il dilemma che spesso viene proposto dai media tra ambiente e produzione industriale è mal posto,  in quanto il riciclo di acqua dai processi industriali che adottano colossi industriali come TMSC è possibile e applicabile a tutti i settori industriali: “Una via di mezzo è possibile nell’industria moderna, compresa quella dei semiconduttori, che tra operazioni di raffreddamento e lavaggio consumano grandi quantità idriche”, ricorda il Vicepresidente di Water Grabbing Observatory Emanuele Bompan. “È infatti possibile implementare tecnologie circolari dell’acqua e pianificare la filiera per ridurre al minimo l’input idrico nei processi di fabbricazione e massimizzare l’output, reinserendo nei cicli idrici l’acqua purificata dopo l’uso nella fabbrica. Una produzione industriale che coniughi lavoro, rispetto dell’ambiente e, in questo caso, equilibri geopolitici è possibile e i governi devono adoperarsi per implementarla. “