Idroelettrico, serve uno stop agli impianti nelle aree incontaminate

Di Emanuele Bompan

Stavolta non sono le sardine ma agoni, trote e salmerini a protestare. Un gruppo di diciotto associazioni ambientaliste ha dato vita alla “Protesta dei pesci”: oltre100 sit-in e flash mob si sono tenute a fine gennaio, in tutta Italia, per salvaguardare gli ecosistemi di fiumi e torrenti da una nuova ondata di progetti mini e micro-idroelettrici incompatibili con la tutela dei corsi d’acqua e della loro biodiversità.

Sono quasi 500 i nuovi impianti che hanno avuto il via libera e gli incentivi grazie al controverso Decreto Rinnovabili FER 1, approvato lo scorso 4 Luglio. Infrastrutture che produrranno in media 500 kilowatt, ovvero come un piccolo impianto di circa 150 pannelli solari. Un nugolo di progetti che peserà meno dello 0,7% del totale dell’idroelettrico esistente. Non certo cifre che fanno la differenza nella sfida per la decabonizzazione. Ma con impatti rilevanti su fauna, flora e uomo a causa del prelievo idrico e delle infrastrutture ad alta quota.

«I pochi fiumi naturali rimasti, molti di questi in montagna, sono messi a rischio dal Decreto Rinnovabili FER1, così come le tante specie autoctone rare di pesci che vedranno la propria capacità riproduttiva ridotta. Invece che dare spazio ai fiumi e contrastare gli impatti dei cambiamenti climatici si va in direzione opposta», dice Andrea Agapito, responsabile fiumi WWF, una delle associazioni promotrici della Protesta, insieme Legambiente, Mountain Wilderness e Free Rivers Italia. «Basterebbe investire in solare sui tetti dei capannoni per generare la stessa energia».

Il problema principale sono gli incentivi concessi dal Decreto, che rendono appetibili questi mini-impianti per tante neo-aziende con nessuna esperienza, attratte solamente dai soldi pubblici facili. Una fotocopia di quanto accaduto per il primo Conto Energia del fotovoltaico, quando una pletora di operatori inesperti si buttarono nel business del solare con risultati disastrosi.

«Il ministero deve intervenire. Se si tolgono gli incentivi nessuno ha interesse a fare impianti di micro-idroelettrico. Se fossero convenienti si sarebbero fatti anche senza», continua Agapito. Il rischio di questo boom? «Una miriade di strutture che presto potrebbero essere abbandonate, in paesaggi da sogno, difficili da demolire, assolutamente improduttive a causa del cambiamento climatico».

Fino all’ultimo corso d’acqua

«Dato che non rimangono più spazi per grandi impianti sta raschiando il fondo del barile», commenta Vanda Bonardo, responsabile aree alpine di Legambiente, all’uscita dagli Stati Generali della Montagna. «Per questo si va sempre più in altra quota, sulle Alpi. Si è arrivati addirittura a sbarrare corsi come il torrente Lys appena nasce dal ghiacciaio omonimo (che nasce dal versante sud del Monte Rosa, nda) e subito viene captato». Questo impatta pesantemente aree fragili e paesaggi alpini. Si riduce il deflusso minimo vitale, condannando a morte flora e fauna.

«Si stanno ripetendo gli errori del passato che hanno permesso negli ultimi dieci anni autorizzazioni e incentivi a oltre 2000 impianti che non rispettano la Direttiva Quadro Acque, oggetto di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea», continua Agapito.

Anche i controlli autorizzativi si fanno più laschi. Le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA) sono orientate ad applicare le tabelle meno tutelanti delle Direttive Derivazioni Distrettuali, emanate dagli otto Distretti Idrografici italiani per approvare i nuovi impianti. Un altro segno in direzione opposta a quanto richiesto dalla Direttiva Quadro Acque.

Una risorsa sovrasfruttata

In Italia l’idroelettrico è già largamente sfruttato. Si parla in totale di circa 46 TWh annui, pari al 16,5% dell’elettricità prodotta nel nostro territorio nazionale. Il numero delle centrali idroelettriche in Italia sfiora quota 4.300: al loro interno lavorano oltre 15.00 addetti. In gran parte dei casi si ha a che fare con centrali idroelettriche piuttosto anziane, costruite più di 70 anni fa. «Si dovrebbe intervenire ad un riammodernamento degli impianti, al recupero energetico da acquedotti e a un utilizzo più efficiente degli impianti esistenti», spiega Bonardo.

Secondo gli esperti diventa urgente, data l’anzianità di tante infrastrutture, il revamping degli impianti esistenti, ovvero l’ammodernamento e efficientamento delle centrali, sia di grandi dimensioni, che medie e mini. Questo consentirebbe di produrre più energia, valorizzando gli invasi esistenti con interventi di naturalizzazione e riqualificazione, rendendo più resiliente fauna e flora, contribuendo alla riduzione del rischio idrogeologico.

I nuovi micro-impianti vanno poi valutati sul medio-lungo periodo. I cambiamenti climatici in atto obbligano sempre più ad un’attenta valutazione del contesto ambientale in cui si opera e per quanto concerne le risorse idriche e i corsi d’acqua il tema si fa ancora più delicato, specialmente nell’arco alpino.

Tanti modelli mostrano come sussistano rischi cornetti per il futuro delle dighe montane. «Le analisi svolte con il progetto OrientGate, in Trentino, hanno mostrato che sono particolarmente esposti gli impianti idroelettrici ad acqua fluente (run-of-river), poiché suscettibili in maniera diretta dal mutare delle precipitazioni e dalle variazioni termometriche», spiega Serenella Saibanti. «Da una parte si alza la quota dello zero termico e in inverno piove dove una volta si accumulava la neve, dall’altra le alte temperature primaverili anticipano la fusione nivale.

Questo ha pesanti ripercussioni sulla portata dei corsi d’acqua e quindi sugli impianti ad acqua fluente, per i quali l’anticipo primaverile di produzione idroelettrica potrebbe determinare uno sfasamento tra produzione e domanda energetica. In generale serve un ripensamento della gestione idroelettrica, per cercare di rendere i nuovi mini-impianti più resilienti ai cambiamenti climatici previsti dai modelli di lungo periodo».

I fiumi italiani rimangono in generale tagliati fuori dalle politiche regionali e nazionali. «non ci sono programmi per interventi integrati della tutela della biodiversità e di ripristino ambientale», aggiunge ancora Andrea Agapito. «Spendiamo un sacco di soldi per interventi inutili e costosi di manutenzione idraulica, dragando i letti fluviali, quando in alcuni casi basterebbe ripristinare il fiume nella sua natura originaria». Tutta l’ingegneria del mondo non riuscirà mai ad equivalere la sapienza della Natura.

 

 

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